martedì 29 gennaio 2019

"I ciaramitari" ossia le antiche fornaci barresi

 Fig. 1 
La camera di cottura della fornace dei Munda


      Ricordare una Barrafranca del passato industrialmente e artigianalmente attiva, oggi, significa anche dare merito a intere famiglie che vivevano con l'onestà delle loro maestranze ed esprimevano una produzione laboriosa e a chilometro zero. 

        A Barrafranca, nei primi sessant'anni del Novecento erano attive almeno quattro fornaci (ciaramitari, in dialetto) di produzione di manufatti in argilla. Due o tre generazioni di ciaramitari si sono susseguite nello svolgimento di un lavoro molto logorante, ma che dava la soddisfazione di produrre e vivere onestamente.
          
          Una prima fornace, ormai distrutta, si trovava in contrada Sotto Serra sulla parte alta della costa che volge a est e apparteneva a un certo mastro Bellanti Antonino. 

            La seconda fornace apparteneva al mastro Munda Giovanni fu Giuseppe, nato a Barrafranca il 29 febbraio 1883. Di quest'ultima si possono ancora oggi osservare i ruderi (vd. figg. 1, 3, 4): sempre in contrada Sotto Serra (vd. fig. 2), ma a una quota più bassa della prima (coordinate geografiche 37.367634, 14.202527). Da Google earth, si possono distinguere sia il ciaramitaru (vd. freccia rossa), sia il relativo laboratorio-magazzino (vd. freccia bianca) sia il punto di estrazione dell'argilla (vd. freccia azzurra).

  Fig. 2 
La fornace dei Munda vista da Google earth



   Fig. 3 
Condotto di aerazione e alimentazione della fornace dei Munda
  Fig. 4 
Laboratorio-magazzino adiacente alla fornace dei Munda


   Fig. 5
Frammenti fittili in superficie


  Fig. 6 
Cava di argilla della fornace dei Munda



       La terza fornace apparteneva al sig. Bonaffini Giovanni e di essa rimangono i ruderi lungo la Statale 191 in contrada Funtana o Cirasu, coordinate geografiche 37.361213, 14.196489 (vd. figg. 8-11). Accanto al ciaramitaro (vd. freccia rossa fig. 7) vi è il laboratorio-magazzino (vd. freccia bianca fig. 7 e fig. 12) e la vasca (vd. freccia azzurra fig. 7) di raccolta acqua.

      La quarta e ultima fornace apparteneva al sig. Torregrossa Salvatore e i suoi ruderi si possono  ancora osservare scendendo qualche decina di metri più a sud della precedente fornace: coordinate geografiche 37.367634, 14.202527; accanto ad essa si trova pure la vasca di contenimento dell'acqua.

     I nostri testimoni informatori riferiscono che i tre artigiani collaboravano pacificamente secondo le necessità.


  Fig. 7
Vista da Google earth delle fornaci Bonaffini (in alto) e Torregrossa (in basso)


   Fig. 8
Condotto di aerazione e alimentazione della fornace dei Bonaffini


   Fig. 9
La camera di cottura della fornace dei Bonaffini


 Fig. 10
Vista laterale della fornace dei Bonaffini


 Fig. 11
Vista laterale della fornace dei Bonaffini. Sullo sfondo, il laboratorio



     Fig. 12
Il laboratorio-magazzino dei Bonaffini



     Secondo i ricordi della sig.ra Maristella Munda, la fornace era formata da un corridoio e una camera di combustione (soprattutto paglia) sotto il quale c'era un condotto di aerazione. Al di sopra della camera, vi era un solaio bucherellato sul quale vi si affastellavano i manufatti in argilla, previa asciugatura naturale. La cottura richiedeva due lunghissimi giorni. Ma questa era solo l'ultima operazione...

     Prima di tutto, l'argilla veniva estratta, mazzijata (battuta) e messa in ammollo per una notte; poi, veniva pestata con i piedi (un po' come si faceva con il mosto) e ammonticchiata. Prima della lavorazione al tornio, davanti alla fornace c'era un tavolo sul quale si impastava l'argilla per raffinarla fino a quando diventava liscia e pura "comu a pasta di viscotta", cioè come l'impasto dei biscotti. L'acqua veniva prelevata dal torrente sottostante: ogni nove "viaggi" di argilla richiedevano la quantità d'acqua di quattro quartara. Si producevano quartari, lanceddi, bummuliddi, giarruni, vasi per fiori, pavimenti, coppi siciliani ecc... anche ingobbiati o smaltati (vd. frammenti in fig. 5). Nell'ultimo periodo, i Munda producevano solo coppi siciliani. La vendita avveniva durante le feste religiose paesane in piazza F.lli Messina o le fiere oppure presso la loro abitazione in via Brizzi (attuale casa La Pusata). La morte del mastro determinò il declino dell'attività: i figli tra cui Giuseppe preferirono altre occupazioni. 

Altri tempi, fatti di intraprendenza e sacrifici: meglio non confrontarli con i nostri?
Nel dubbio, riportiamo una poesia scritta come testimonianza diretta di cosa rappresentavano i ciaramitari:

STASCIUNI DI NA VOTA

Viùli e trazzeri
di stasciuni sicchi
quannu u cavudu du suli
si sintiva anchi di notti,
tutti i cuscini a ppedi
e dui o tri picciddi
‘ncapu a scecca
ppi purtari cchi mangiari
Sutta a Serra
‘nti ddu chianu di ciaramitaru
chi ppi nuatri iera
u paradisu ‘nterra;
u munnu pariva fattu
ppi iucari,
iucàvunu anchi i gridda
e circavumu di ‘nsirtari
unna stàvanu a cantari.
Stasciuni di càvudu e crita
stasciuni di bedda vita,
stasciuni di  mura ‘nsiccu
cu aviva acqua era riccu,
stasciuni di ‘na vota
va vidi quannu fu
i gridda u sanu
ma 'un cantunu cchiù.


              (Domenico Rizzo – 2015 )
______________________________________________
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::



L'informatrice da cui abbiamo attinto notizie riguardo la fornace dei Munda  e i processi di lavorazione e vendita dei prodotti in terracotta è la sig.ra Munda Maristella (nata a Barrafranca il 23 settembre 1925 e figlia di mastro Giovanni Munda) i cui ricordi vivi nonostante gli anni trascorsi sono da elogiare e ringraziare.

L'informatore che ci ha riferito delle fornaci di Bellanti, di Bonaffini e di Torregrossa è il sig. Bonaffini Saverio classe 1940, che ringraziamo vivamente per la sua piena collaborazione.

Si ringrazia anche per la collaborazione i sigg. Nicolò Emanuele Cravotta, Alessandra Cravotta, Paolo Salvaggio, Luigi Bonaffini e il figlio Saverio.


Autore: Filippo Salvaggio

lunedì 28 gennaio 2019

"U pagghjaru" di contrada Pozzillo a Barrafranca

L'ultimo pagghjaru?



        Un piccolo miracolo vedere giungere fino ai nostri tempi un pagghjaru (capanna) ancora intatto! Probabilmente nel territorio di Barrafranca questo è l'unico ad essere sopravvissuto...

   Siamo di fronte a una struttura ovale, che fungeva da riparo per uomini e animali e che rientra a pieno titolo nell'architettura agropastorale più genuina e atavica della nostra terra. Proprio per questo motivo auspichiamo che si continui a preservarlo: con esso si manterrebbe un pezzo peculiare della nostra identità. Una struttura del genere è caratteristica come i dammusi di Pantelleria e, soprattutto, è un bene costruito con un linguaggio che è sempre stato lo stesso fin dagli uomini primitivi.


       Il pagghjaru si trova in contrada Pozzillo in territorio di Barrafranca  (coordinate 37.370542, 14.172153) nel fondo di proprietà del sig. Faraci Luigi, classe 1935, che lo ha costruito con i suoi familiari nel 1970. All'interno vi è ancora la mangiatoia usata per i muli, validi aiuti per intere settimane senza tornare in paese per i lavori dei campi. Accanto alla porta vi è incisa la data 1975, anno in cui il riparo fu restaurato e rinforzato. La struttura alta 2 metri e mezzo, lunga circa 5 metri e larga 3 metri, in verità, necessitava di restauri annuali o biennali: si doveva rinnovare i cannizzuli  e le frasche, tenuti stretti da delle canne, per rendere impermeabile il tetto. La capanna è rispettosa della natura e del suo ecosistema oltre che economica al massimo; per costruirla non occorreva comprare nulla: i pali erano i fusti delle maggiori infiorescenze delle zammare, agavi, con diametro di base di 20 cm e la base era fatta con pietre locali e gesso. In tempi recenti, il proprietario ha usato del cellophane per rendere il tetto impermeabile.

         Per sopravvivere ancora, si dovrà rifare la struttura e più che denaro occorrerà del tempo... Tempo prezioso che nessuno oggi sembra più avere e neanche senso di reversibilità...





La capanna vista da Google earth (coordinate 37.370542, 14.172153)







L'ingresso con ticchjèna, sedile in pietra






Vista laterale








Le foto di questo blog sono di Angelo Antonio Faraci cui vanno i miei ringraziamenti.

Ringrazio anche Giuseppe e Luigi Faraci, proprietari del riparo, anche per la futura volontà di mantenerlo come viva testimonianza di un passato che ci appartiene.



Autore: Filippo Salvaggio


venerdì 25 gennaio 2019

La misteriosa struttura presso la chiesa di San Nicola a Barrafranca

Un monumento pieno di mistero



Fig. 1 la struttura vista dall'alto

        Accanto alla riscoperta chiesa suburbana di San Nicola a Barrafranca vi è una struttura piuttosto misteriosa (vd. fig. 1). Esattamente nella parte retrostante si ha una costruzione circolare, di circa 5 metri di diametro, con tre ingressi non allineati ai punti cardinali. Al centro vi è un enorme monolite di forma circolare con un buco all'interno e collocato sopra una base cilindrica in gesso. All'interno, la struttura prende forma di "sedile" in muratura. Nel muro esterno, a diverse altezze, vi sono tracce di precedenti fori a mo' di oblò (vd. figg. 3, 4, 5, 6, 7), forse quattro per ogni muro ad arco.
       L'insolita costruzione, dato il buco nel monolite centrale, poteva essere un'ara sacrificale con riti cruenti. Altra ipotesi potrebbe essere quella di considerare il monumento un punto di interpretazione degli astri, dato che una carta astrologica araba (vd. fig. 8) sembra proprio descrivere con i suoi tre cerchi intersecati in tre punti i tre ingressi della struttura.
       Nell'area vi sono altre vestigia anche di epoche diverse; alcune, come uno specchio d'acqua ovale (oggi interrato), potrebbero essere state collegate alla struttura.
       Non rimane altro che rimandare a degli esperti lo studio della misteriosa struttura presso San Nicola, considerando che il crollo della parte alta o volta ha portato via con sé molte verità.


 Fig. 2 la struttura vista da Google earth con orientamento



  Fig. 3 la struttura vista dall'ingresso sud




Fig. 4 la struttura vista internamente dall'ingresso sud



 Fig.5 la struttura vista dall'interno




 Fig. 6 la struttura vista dall'esterno


 Fig. 7 la struttura vista da nord



 Fig. 8 mappa astrologica araba da: 
http://arabpress.eu/dalla-sabbia-alle-stelle-arte-divinatoria-araba/64318/




Tutte le foto di questo blog sono opera di Angelo Antonio Faraci, che ringrazio per l’apporto anche intellettuale.

Si ringrazia, altresì, il sig. Gino Livorno per la cortesia e la disponibilità usate nei miei confronti.


Autore: Filippo Salvaggio

sabato 19 gennaio 2019

La torre di contrada Bessimi, in territorio di Barrafranca


 Fig. 1
La masseria Bessimi: facciata principale



 Fig. 2

La masseria Bessimi: particolare della facciata principale in cui ricade la torre



 Il feudo Torre di Barrafranca è abbastanza vasto e comprende diverse contrade: Urmu Guaddasciu, Scimuni, Marturina, Colastrazzu, Funtanazza, Grotta Cordera ecc… Il nome del feudo ha sempre suggerito la presenza di una torre, ma ad oggi di essa non vi sono tracce.
La ricerca di un’antica torre è sempre in atto ma, nell'adiacente feudo Bessimi, esiste un edificio, un’antica roba che potrebbe darci una risposta concreta: la robba detta, appunto, di contrada Bessimi (vd. fig. 1). Attualmente, grazie all’impegno del proprietario Filippo Giadone, la masseria è stata ristrutturata con contributi europei ed ha come destinazione d’uso quella di “Museo del Contadino”, visitabile da qualsiasi turista lo voglia.
L’antica robba si trova sul versante sud del monte Torre (coordinate 37.381356, 14.250985) ed è a guardia di un paesaggio spettacolare che ricade sulla pianura alluvionale del torrente Brajemi e sui monti dirimpettai che fanno da “fondale”: Navone, Schinoso, Manganello, Alzacuda, Mangone ecc… In tale sfondo, doveva trovarsi l’antico Itinerarium Antonini che passava almeno dal sito di Sofiana. L’indiziabile torre o fano, inglobata nella masseria Bessimi (vd. fig. 2), dominava un’importante porzione di territorio interessata da diversi siti archeologici e da arterie viarie piuttosto frequentate.
Le tracce della torre, avente lato di circa 7-8 m, sono ancora evidenti sulla facciata sud dell’imponente masseria; si tratta di due paraste fatte con grossi conci squadrati e un portale basso e stretto con un unico concio-architrave affiancato da due più piccoli (vd. figg. 3, 4, 5). A Pietraperzia, in contrada Serre, esiste un antichissimo fano che presenta un portale molto simile a quello della masseria Bessimi (vd. fig. 4 a). Grazie alle mappe di Sicilia redatte da Schmettau tra il 1719 e il 1721 e dall'Istituto cartografico reale di Torino nel 1860 sappiamo che essa era denominata "Torre de Tabita" (vd. figg. 4 b e 4 c). 

  Ma torniamo alla masseria di contrada Bessimi. Il parato murario originario del piano terra muta al primo piano: evidentemente in superfetazione. Ai lati della torre o fano, in un’epoca successiva furono addossati altri ambienti per ottenere, appunto, una masseria. Gli altri portali, uguali tra loro, di fatto differiscono da quello preesistente della torre (vd. fig. 6)
Se si osserva dall’alto la masseria (vd. fig. 7), si può notare che le due grandi falde principali dell’edifico sono interrotte, in corrispondenza della torre, da due falde più piccole, che ci suggeriscono un’ipotetica base rettangolare di essa.
Siamo di fronte all’antica torre che diede il nome al monte? Ai posteri l’ardua sentenza.  


 Fig. 3

La masseria Bessimi: facciata principale, particolare della torre




Fig. 4

La masseria Bessimi: facciata principale, particolare frontale della torre


Fig. 4 a
Portale di ingresso al fano di Pietraperzia attualmente denominato "Il telegrafo"


Fig. 4 b
Stralcio della mappa di Sicilia di Schmettau (1719-1721)


Fig. 4 c
Stralcio della "Carta Generale dell'isola di Sicilia compilata sui migliori documenti esistenti" (Torino, 1860). Questa carta fu usata dai garibaldini per compiere l'impresa dei mille



Fig. 5

La masseria Bessimi: facciata principale, particolare della parasta della torre


Fig. 6

La masseria Bessimi: facciata principale, visione laterale dei portali, da cui quello rettangolare della torre è differente


Fig. 7

La masseria Bessimi: vista da Google Earth




Tutte le foto di questo blog sono opera di Angelo Antonio Faraci, che ringrazio per l’apporto anche intellettuale.

Si ringrazia, altresì, il sig. Filippo Giadone per la cortesia e la disponibilità usate nei miei confronti e l'amico Salvatore Palascino, proprietario della torre-fano di Pietraperzia.


Autore: Filippo Salvaggio